Sulla palazzina di via Ticino.

ridolfipaisiello

Il polverone che ha alzato l’attuale vicenda romana della palazzina di Via Ticino ( che non è quella sopra…), oltre ai calcinacci, solleva 4 questioni note:

  • Roma non ha più da molti anni una propria cultura architettonica diffusa sul contemporaneo, sia nella committenza che nei professionisti che nelle imprese. I cittadini, poi, notoriamente, detestano l’architettura contemporanea; forse la più luminosa testimonianza di ciò è la grande e condivisa passione per il ‘bosco verticale’ milanese che, infondo è l’affermazione politically correct del verde ( bonsai in alta quota) per negare l’architettura.
  • La capacità degli architetti, la comunicazione la percezione del progetto di architettura contemporanea. Risulta che per ragioni per lo meno endogene pari a quelle esogene, l’architettura contemporanea a Roma non è un argomento di interesse pubblico: da una parte dipende sicuramente dall’incapacità oggettiva del mondo della professione a presentarsi in modo credibile nella società . Si badi lo stesso non si verifica ovunque in Italia, anzi ci sono tracce di una rinnovata capacità di fare e realizzare progetti buoni nelle città italiane. L’edificio progettato dal presidente dell’ordine degli architetti di Roma testimonia lo stato di arretratezza dell’architettura romana nel quadro nazionale ed internazionale, ancora confuso nei cascami post-zeviani, che secondo me, non hanno fatto bene a quel nulla che resta della ‘scuola romana’. Ma c’è da chiedersi cosa sarebbe di molte palazzine romane del professionismo ‘colto’, oggi dagli architetti (solo loro purtroppo) riconosciute come un valore, se fossero state rappresentate con rendering analoghi a quelli infelicemente utilizzati dal progettista e dall’impresa immobiliare. Forse anche la palazzina di Lucchichenti a Via Ruspoli, rappresentata nello stesso modo, avrebbe gridato allo scandalo prima di essere realizzata…. O per rimanere in tema vecchio-nuovo, pensiamo alla villino Alatri di Ridolfi….C’è il timore che anche dopo realizzata la palazzina di via Ticino avrà problemi, ma nel migliore dei casi apparterrà a quel numero infinito di occasioni perdute per l’architettura contemporanea che costellano la città. D’altra parte è migliore la sostituzione edilizia in corso a piazza Pitagora con il bugnato e gli stessi balconi stile Miami?
  • Il governo della trasformazioni della città e il valore del progetto. Abbiamo un’idea degli effetti del cosidetto piano-casa tra cinque / dieci anni sul profilo della città? La sostituzione di Via Ticino è una cosa infinitesimale – e dovrebbe appartenere a processi gestiti in modo ordinario, ma per la qualità- rispetto alle trasformazioni della città imminenti. La capacità che l’amministrazione ha di governare le trasformazioni edilizie ed urbane è modesta, come modesta è la classe imprenditoriale. Ricordiamoci, nella improbabile vicenda dello stadio della Roma, dell’idea bizzarra recente di spostare pochi metri più in là le pensiline della tribuna di Lafuente a Tordivalle, come si fa con un modellino di cartoncino…. Cosa doveva fare l’impresario che voleva realizzare il suo business a Via Ticino se non rivolgersi al presidente dell’Ordine? Conosceva altri architetti che potevano offrire analoghe garanzie alla riuscita dell’operazione? L’amministrazione l’ha indirizzato nel processo di selezione per operare scelta migliore possibile? Magari ‘obbligandolo’ per la delicatezza del tema della sostituzione nella città consolidata, ad operare con una procedura di selezione di proposte da sottoporre ad una commissione davvero utile ed efficace nell’indirizzare le scelte per equilibrare le esigenze imprenditoriali con quelle del contesto? Tutto ciò non è stato fatto perché non c’è una matura capacità ed efficienza del corpo amministrativo della città, e non c’è una visione politica dello sviluppo della città, capace di attribuire alla funzione del progetto il valore che merita.
  • La palazzina preesistente, che fosse del ’30 o come esito di superfetazioni degli anni ‘50, va detto, è un edificio vecchio di modesto valore, non ha nulla a che vedere con l’osannato coppedè; anche a me quella nuova e che verrà non piace, anzi fa ribrezzo, però è l’esito di un sistema di regole che ne riconosce- salvo imbrogli per ora solo paventati- la piena legittimità e, per chi investe le risorse, ciò è sufficiente. I capannelli tardivi sono solo l’espressione di una atavica resistenza a fare meglio, attraverso il non fare nulla.

 

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